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Silvio Matteoda, storia di un’artista e intellettuale piemontese

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Silvio Matteoda

Pittore, architetto, inventore: una figura difficile da incasellare

Ci sono artisti che entrano facilmente nei manuali perché appartengono a un movimento, a una stagione riconoscibile, a una formula critica comoda. Silvio Matteoda, invece, sembra sfuggire a queste classificazioni. Nato a Saluzzo nel 1886 e morto a Torino nel 1977, fu pittore, scultore, architetto, progettista e sperimentatore. Una figura laterale solo in apparenza, perché la sua vicenda attraversa alcuni dei temi più significativi del Novecento: la formazione accademica, la guerra, la città moderna, la casa, la memoria, la perdita delle opere e il rapporto tra arte e tecnica.

Matteoda si formò tra Torino e Roma. Frequentò l’Accademia Albertina e poi proseguì gli studi nella capitale, dove approfondì anche l’architettura. Questa doppia educazione è forse la chiave più utile per leggerlo. In lui il pittore e l’architetto non sono due persone diverse. Il disegno è lo stesso gesto che può diventare figura, facciata, strada, volume o struttura.

È probabilmente anche per questo che la sua opera, oggi, merita una rilettura più ampia. Matteoda non fu soltanto un pittore di paesaggi, volti e scorci urbani. Fu un uomo abituato a pensare lo spazio. E questa abitudine si vede anche nella pittura: nella costruzione delle immagini, nella solidità degli impianti, nella capacità di tenere insieme vibrazione e misura.

Un pittore fuori dal rumore

Nell’articolo che Nino Tagliano gli dedicò nel 2003, emerge con chiarezza il profilo di un artista appartato, non privo di riconoscimenti ma lontano dal bisogno costante di esporsi. La sua personale alla Galleria Fogliato di Torino, nel 1963, arrivò quando Matteoda aveva già settantasette anni. Non era un debutto giovanile, ma una sorta di ritorno alla visibilità dopo un lungo silenzio pubblico.

Questa distanza dal sistema dell’arte non va scambiata per marginalità. Anzi, in certi casi aiuta a capire meglio la sua indipendenza. Matteoda non sembra voler compiacere una corrente. Non fa dell’avanguardia una posa. Non cerca la pittura di moda. Procede per fedeltà a una propria idea di immagine.

Nel suo lavoro si avverte una modernità sobria. Il colore non è puramente descrittivo, il segno non è sempre chiuso, la composizione non cerca il compiacimento facile. L’immagine resta leggibile, ma non è accademica nel senso rigido del termine. È una pittura che conserva il soggetto, ma lo muove dall’interno.

A chi si può accostare Matteoda?

Ogni accostamento va maneggiato con cautela, perché Matteoda non è la copia provinciale di nessuno. Tuttavia, alcuni nomi aiutano a orientare lo sguardo.

Il primo è Cézanne. Non solo perché alcuni contemporanei, a quanto risulta, lo chiamavano “Cézanne” con intento polemico, ma perché in Matteoda si ritrova una certa attenzione alla struttura dell’immagine. Non una struttura fredda, geometrica, ma una necessità di costruire la visione, di dare peso alle forme, di non lasciarle dissolvere nella pura impressione.

Con De Pisis l’accostamento riguarda invece la scioltezza del tocco. Alcuni passaggi di Matteoda hanno una rapidità che non vuole descrivere tutto, ma suggerire. De Pisis è più nervoso, più mondano, più lirico nella sua leggerezza; Matteoda appare più controllato. Eppure, in entrambi, la pittura sembra respirare meglio quando non viene sovraccaricata.

Un altro nome possibile è Spazzapan, soprattutto per la libertà del segno. Spazzapan arriverà a esiti più radicali, più inquieti e più apertamente sperimentali. Matteoda rimane più legato alla figura e al paesaggio riconoscibile. Ma l’energia grafica, la volontà di non fermare l’immagine in una compostezza troppo prevedibile, crea un possibile punto di contatto.

C’è poi il clima torinese dei Sei di Torino: Paulucci, Boswell, Chessa, Galante, Levi, Menzio. Matteoda non appartiene formalmente a quel gruppo, ma vive una Torino in cui la pittura cerca vie autonome rispetto alla retorica ufficiale. Rispetto a Casorati, centrale nella cultura artistica torinese, Matteoda è meno immobile, meno metafisico, meno sospeso. Ha una pittura più mobile, più terrestre, forse meno riconoscibile a colpo d’occhio ma proprio per questo interessante.

L’esperienza della guerra

La prima guerra mondiale incise profondamente nella sua vita. Matteoda fu ufficiale, venne gravemente ferito nel 1916 e conservò dell’esperienza bellica una serie di disegni, schizzi e memorie visive. In questi lavori non va cercata una retorica patriottica semplificata. La guerra, per lui, fu prima di tutto esperienza fisica: attesa, paura, ferita, sopravvivenza.

Molti artisti del primo Novecento dovettero fare i conti con il fronte. Alcuni lo trasformarono in mito, altri in condanna, altri in trauma privato. Matteoda sembra appartenere a questa terza linea. I suoi disegni di guerra hanno valore non solo documentario, ma umano. Sono tracce di uno sguardo che ha visto da vicino ciò che la pittura, dopo, non può più dimenticare del tutto.

Questa esperienza rende ancora più drammatica la seconda ferita subita dalla sua opera durante il conflitto successivo.

Torino, Via Saluzzo 47 e la perdita del 1942

Nel 1925 Matteoda si trasferì a Torino. L’atto costitutivo dello stabile di Via Saluzzo 47 documenta il suo legame con quell’edificio e con l’abitazione torinese. Non è un dettaglio secondario: la casa fu anche luogo di lavoro, conservazione e memoria.

Secondo documentazione storica di guerra, nella mansarda dell’abitazione si trovava il suo studio. Lì Matteoda conservava opere, disegni e dipinti particolarmente cari. Il bombardamento del 1942 colpì quel luogo e distrusse molti dei suoi lavori più amati.

Questa perdita va raccontata con precisione, senza enfasi inutile. Per un artista, lo studio non è un semplice deposito. È il luogo dove le opere restano prima di essere scelte, esposte, vendute o consegnate alla memoria familiare. È il posto delle tele non finite, dei disegni preparatori, dei quadri tenuti per sé, dei lavori che magari non entreranno mai in un catalogo ma che contano moltissimo per chi li ha creati.

Quando il bombardamento distrusse parte di quel materiale, non si perse solo un insieme di oggetti. Si aprì una lacuna nella ricostruzione stessa dell’opera di Matteoda. Oggi ciò che resta va letto anche alla luce di ciò che non può più essere visto.

I brevetti e la sperimentazione edilizia

Un altro aspetto sorprendente della sua biografia riguarda i brevetti. Un articolo del 1939 lo descrive come detentore di parecchi brevetti e appassionato studioso d’architettura. In quel testo Matteoda viene presentato mentre illustra un sistema costruttivo basato su elementi in cartone povero, destinati a funzionare come anime interne per strutture in calcestruzzo.

Il tono giornalistico parla quasi di “mattoni di cartone”, ma il progetto era più serio di quanto la formula possa far pensare. Matteoda ragionava su strutture cellulari, camere d’aria, leggerezza, coibenza, rapidità di esecuzione e riduzione dei costi. Il cartone non era pensato come materiale nobile o decorativo, ma come elemento povero e funzionale, capace di contribuire alla costruzione in modo economico e razionale.

Il testo cita anche costruzioni a Condove e la Casa Rurale della Mostra dell’Autarchia di Torino. Il contesto degli anni Trenta era ovviamente segnato dalla retorica dell’autarchia, e questo va ricordato. Ma, al di là del clima politico dell’epoca, resta l’interesse per un artista che non separava pittura, architettura e invenzione tecnica.

Qui Matteoda si avvicina a una famiglia di progettisti sperimentali più che a una scuola pittorica. Non è azzardato vedere in questa sua curiosità per materiali poveri, leggerezza e rapidità costruttiva un tratto di sorprendente modernità. Non nel senso che anticipi direttamente le ricerche contemporanee sulla sostenibilità, ma perché mostra una mentalità aperta, capace di interrogarsi sul modo concreto di costruire.

Perché parlarne oggi

Riscoprire Silvio Matteoda significa restituire complessità a una figura rimasta troppo a lungo in una zona d’ombra. Non fu soltanto un pittore piemontese. Fu un artista che attraversò discipline diverse, guerre, città e sperimentazioni.

La sua pittura può essere riletta accanto a Cézanne, De Pisis, Spazzapan e al clima torinese del primo Novecento, senza ridurla a nessuno di questi riferimenti. La sua architettura racconta un’attenzione concreta per l’abitare. I suoi brevetti mostrano un lato inventivo poco conosciuto. La perdita delle opere nel bombardamento del 1942 ricorda quanto fragile possa essere la memoria artistica quando resta custodita nei luoghi privati.

Matteoda merita quindi di uscire dalla nota a margine. Non per trasformarlo artificialmente in un grande maestro dimenticato, ma per riconoscergli ciò che gli spetta: il profilo di un artista serio, colto, indipendente, capace di lasciare tracce in più campi e di raccontare, attraverso la propria vicenda, una parte meno ovvia del Novecento italiano.