Appunti di viaggio nel cuore islamico delle Filippine

REPORTAGE. Sul mare delle isole Sulu, dove i Badjao trascorrono tutta la loro vita. La presenza dei militari, lasciando il porto e inoltrandosi nella città, diviene una costante. In questi luoghi si svolge da anni uno dei tanti conflitti dimenticati. Qui il 26 dicembre 2004 arrivò l’onda impazzita dello tsunami che sconvolse Thailandia, Indonesia, Sri Lanka.

A Manila, il giorno del Signore non cade il venerdì. A Manila, come a Baguio, Cebu City, Panay, Puerto Galera, si prega la domenica, recitando «Padre nostro che sei nei cieli» inginocchiati sui banchi di una chiesa che profuma di incenso ed esibisce il crocifisso e le immagini dei santi. Si prega, si fa la comunione, si esce sul sagrato, congedati dal suono delle campane. Ma fuori, su quel sagrato, Manila, e Baguio, Cebu City, Panay, Puerto Galera, sono, senza possibilità di smentita, città dell’Estremo Oriente. Filippine cattoliche, profondamente cattoliche, a dispetto della contiguità con l’Indonesia, la Malesia, il Borneo, dove è l’islam, da secoli, a dettare il suo credo. Si sente comunque e profondamente cattolica la prostituta che abborda i clienti lungo Mabini e Pilar, le due vie dei bordelli di Manila; proclama la sua totale devozione alla Vergine Maria il ragazzo che farebbe carte false, anzi, magari le ha già fatte rubando i soldi a qualche “pollo” straniero, pur di indossare un bomber e un paio di ray-ban autentici; pregano il Signore i ragazzi di buona famiglia, prima di cominciare un picnic a base di pepsi cola e snack americani, che con buone probabilità finirà in pratiche amorose senza compromessi, al riparo dalla severità bigotta degli sguardi familiari; chiede aiuto ai santi, piangendo, il pusher beccato dalla polizia mentre tentava di spacciare per strada droga pesante.

Cristo in croce, Cristo che benedice, Cristo sorridente o sofferente, è un’immagine di cartoncino che dondola dallo specchietto retrovisore del conducente di un autobus; è un quadro dentro una brutta cornice da appendere nel salotto o in camera da letto; è una statuetta di plastica colorata made in China, da regalare ad amici e parenti per Natale. Cristo, Dio, la Vergine Maria, i santi, sono la più evidente e, a suo modo, più contraddittoria eredità, lasciata alle Filippine da quasi cinque secoli di colonizzazione spagnola, e toccata in sorte non solo agli abitanti delle città e dei paesi, ma anche alle minoranze etniche isolate sulle montagne, o nel fitto delle foreste tropicali. Se oggi non vi è motivo di dubitare della buona fede cattolica dei filippini, altrettanto certamente si può affermare che agli albori della sua diffusione, essa venne accettata per necessità, assecondando uno spirito di compromesso che, nella prefazione a un monumentale libro sui popoli dell’arcipelago, The Filipinos of yesteryears (1973), scritto dal docente universitario Pedro Gagelonia, viene sintetizzato così:

«Laddove altri popoli dell’Asia hanno intrapreso guerre per preservare la propria identità, il filippino, come stratagemma, ha indossato la maschera dello straniero. In tal modo è sopravvissuto a ogni regime e dominazione, ma quando è arrivato il tempo di togliersi la maschera, essa era divenuta parte della sua faccia. E l’ironia più grande è che il filippino, di maschere, ne ha indossate molte»

Un incredibile arcipelago

Parlare di popoli e della loro identità è discorso complesso nella dimensione geografica e umana di un arcipelago che conta 7.017 isole, per una superficie totale di 300mila chilometri quadrati e 93 milioni di abitanti. Le etnie principali sono dieci, al primo posto i Bisaya, oltre 20 milioni, all’ultimo i Panggasinan, circa un milione e 600mila. Tra questi due estremi, i Tagalog, gli Ilocani, gli Hiliganon, i Bicolani, i Waray Waray, i Kapampangan, gli Ispanofilippini, gli Albay Bicolani. Poco o nulla è rimasto della loro memoria, se non il nome del ceppo di origine. Queste etnie costituiscono a tutti gli effetti il popolo delle Filippine, cattolico e occidentalizzato. Il discorso cambia quando, ad esempio sull’isola di Luzon, dove è nata Manila, si arriva alla regione delle montagne. Qui vive la minoranza etnica degli Ifugao che, per quanto insidiata dal turismo in cerca di emozioni tribali, riesce ancora a difendere la propria cultura. Lontano dai centri abitati, alcuni piccoli villaggi conservano uso della lingua e degli abiti tradizionali. Molti Ifugao (al pari di Igorot, Bagobos, Negritos, Mandayas, in altre isole e altre regioni) sono stati convertiti al cattolicesimo, ma a esso continuano a unire tratti animisti.

La presenza, nelle case, di piccoli idoli e di simboli certamente non cristiani è tutt’altro che rara. Così come continuano a venire praticati il sacrificio rituale degli animali domestici e la celebrazione di feste fuori dal calendario gregoriano: sincretismo religioso all’ombra della croce e del campanile, presenze costanti in ogni paese e cittadina. Croce e campanile scompaiono soltanto se il viaggio sposta la sua rotta in direzione sud, dove la carta geografica segna la penisola di Zamboanga, l’isola di Mindanao e i pulviscoli dell’arcipelago delle Sulu. Lì, il campanile diventa minareto, la croce mezzaluna, la preghiera sommessa del prete invocazione forte del muezzin. Lì è islam profondo, martoriato da una guerra lunga ormai quarant’anni. Guerra per l’indipendenza della regione dal resto del Paese, guerra tra da due Fronti di liberazione (Milf, Fronte islamico di liberazione Moro; Npa, Nuovo esercito popolare, di ispirazione maoista) e l’esercito filippino. Guerra che ha seminato e continua a seminare decine di migliaia di morti e di profughi tra i civili, che accresce la miseria e il terrore. Guerra che si allarga sul mare e penetra nelle montagne, coinvolgendo popolazioni ignare, cacciate e sterminate senza la minima pietà.

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