L’mp3 e la musica liquida

Venti anni fa il gruppo MPEG-1, un’inedita alleanza formata da rappresentanti delle principali industrie audio e video mondiali – presieduta da Leonardo Chiariglione, ingegnere orgogliosamente laureato al politecnico di Torino poi emigrato in Giappone – metteva a punto il formato digitale che avrebbe cambiato per sempre la diffusione, l’ascolto, l’archiviazione della musica registrata: l’MPEG-1 layer 3, noto a partire dalla seconda metà degli anni ’90 come mp3.

Anniversari veri e propri non ce n’è. C’è, però, una canzone: Tom’s diner di Suzanne Vega. La tenera ballata d’epoca – una donna guarda la vite degli altri scorrerle davanti mentre prende un caffè al bar e aspetta il treno – fu usata dai ricercatori per “accordare” gli algoritmi. E c’è l’intera lista della musica suonata nei test d’ascolto per stabilire quale fosse il sistema di compressione che dava i risultati migliori: Mountain o’ thing di Tracy Chapman, un concerto di Haydn, All of languages di Ornette Coleman, il rumore dei fuochi d’artificio, il rullo delle nacchere, una voce d’uomo. Eccetera.

Per dire: il formato del compact disc (80 minuti circa) era stato calibrato dieci anni prima dagli executive della Sony sulla lunghezza della Nona Sinfonia di Beethoven. “L’idea di scegliere musica che non suscitasse reazioni negative (…) e fosse degna di contemplazione estetica, suggerisce la ricerca di un isomorfismo tra la musica stessa e il sistema”, nota Jonathan Sterne, accademico della canadese McGill University, esperto di storia della riproduzione del suono, autore del volume Mp3-the meaning of a format (Duke University Press, 12 dollari e 45).

Il libro è un’affascinante indagine sui mutamenti indotti dall’mp3 e sull’eredità culturale nascosta nel formato che usiamo comunemente per ascoltare musica sul computer o nei lettori portatili, e che ha quasi completamente surclassato i cd e i vinili del secolo scorso. L’mp3 nacque per riprodurre musica di buon gusto. Musica “legittimata” avrebbe detto Pierre Bourdieu, quindi profondamente classista secondo l’estetica del filosofo francese. Aggiungeremmo pure: etnocentrica. Prova ne è il fatto che uno dei punti deboli del formato, ancor oggi, è la riproduzione di alcuni suoni percussivi.

Ed è possibile tracciare una linea tra gli esperimenti delle compagnie telefoniche americane di inizio secolo, le ricerche di psicoacustica degli anni ’50, la teoria quantitativa della comunicazione di Shannon-Weaver (la più famosa di tutte, basata sull’efficienza del canale rispetto al rumore di fondo), e l’mp3. Il processo di digitalizzazione della voce umana (poi dei suoni) è stato un capolavoro del capitalismo avanzato: si trattava di comprimere al minimo le informazioni da fare arrivare all’utente, lasciando all’utente stesso il compito di ricostruire il messaggio secondo le scoperte sulla percezione uditiva, in modo da risparmiare spazio sul canale (il filo telefonico, la capacità delle prime linee isdn) e consentire così il maggior numero e più redditizio di scambi.

Come siamo arrivati alla musica digitale

Afferma un curioso paradosso: non siamo noi che ascoltiamo l’mp3, è l’mp3 che ascolta noi. Non fu risparmiato niente per raggiungere questo obbiettivo. Pochi sanno che gli esperimenti sulla telefonia di inizio secolo vennero condotti usando il nervo uditivo di gatti vivisezionati (curiosamente, proprio un gatto con una cuffia in testa è stato il simbolo del primo sistema che diffuse l’mp3 su tutti i computer: Napster). La riproduzione dei soli elementi misurabili e prevedibili del suono, a scapito della sua qualità assoluta, ancor oggi scatena le ire dei musicisti e degli audiofili. Neil Young ha da tempo ingaggiato una battaglia personale contro il suono “secco” dell’mp3. Molti appassionati sono tornati ad ascoltare con suprema snobberia il vecchio vinile.

Oggi il migliore mp3 ha una fedeltà del suono pari a un quinto di quella del cd, ed è incomparabile con la qualità del vinile analogico. Ma attraverso l’mp3, già vecchio rispetto all’mp4 di Apple ma scambiabile e riproducibile per molto tempo a venire da tutti i computer, sono passate le due rivoluzioni che cambiamo per sempre il volto della musica registrata: la fine dell’alta fedeltà e la pirateria.

Negli anni ’50 e ’60 l’arrivo nei salotti degli impianti stereofonici tracciò uno spazio per l’ascolto concentrato, per un’esperienza estetica esclusiva (e per lo più maschile), contrapposta allo spazio femminile e lo-fi della televisione. Negli anni ’80-’90 la portabilità degli impianti, dal walkman fino all’i-pod, l’ascolto in cuffia e la diffusione della musica in mille rivoli multimediali (dai videogiochi al cinema), hanno eliminato quasi completamente quello spazio. Si è creata una forma diluita, interconnessa, portatile, persino inconscia di esperienza sonora. La televisione – nota Sterne – ha vinto.

La pirateria informatica

Ma se è doveroso ripensare a un’estetica della musica nell’era digitale, più cauto dovrebbe essere – aggiunge lo studioso – il giudizio sull’impatto rivoluzionario della

eMule, noto programma p2p (peer-to-peer) utilizzato moltissimo durante gli anni per la diffusione di mp3 piratati

cosiddetta pirateria, resa possibile dall’invenzione dell’mp3. Cosiddetta perché se il peer-to-peer o i siti di upload hanno effettivamente tolto alla musica il suo status di cosa (e prodotto), da comprare, usare, collezionare, e alle case discografiche la loro stessa ragione di esistenza, non per questo hanno sottratto la musica stessa all’economia di mercato.

Lo scambio di mp3 non è un “dono”, sociologicamente parlando: troppo labile la comunità di utenti che si incontra sui siti come eMule, veri e propri non-luoghi della Rete. E’ invece l’ultima chiamata per un nuovo mercato. Il fuoco si sposta dalla produzione-distribuzione a un consumo immediato: le industrie di hardware, lettori e computer, guadagnano dalla pirateria più di quel che le industrie di software perdono (e spesso fanno parte degli stessi conglomerati).

L’esperienza dell’i-tunes di Apple contiene in sé tutte le contraddizioni della prossima fase: in mancanza di un supporto fisico la musica viene legittimamente “noleggiata” all’acquirente e solo a lui (questo lo ha scoperto l’attore Bruce Willis, che voleva lasciare la sua collezione di musica digitale in eredità ai figli). Nei sistemi di diffusione come Spotify, non viene neppure archiviata sul proprio computer. In questo modo il possibile controllo sui contenuti appare potenzialmente ancor più devastante di quel che fu per i dischi e i cd. La liquidità dell’mp3 è tale che non ci si è posti neppure il problema della sua preservazione, come avvenne per i dischi all’inizio del secolo scorso. Non esiste una Biblioteca del Congresso che raccolga gli mp3 come i vecchi 78 giri.

Appesi agli algoritmi dei sistemi di compressione, all’obsolescenza dell’hardware, circondati dalla musica come panorama, potremmo perdere tutto, all’improvviso, senza possibilità di appello. Così come perdiamo la rubrica telefonica all’arrivo di un nuovo modello di telefono, o i dati archiviati su un disco rigido invecchiato e illeggibile. Come lacrime nella pioggia. È una citazione di fantascienza.

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